42. Gli orizzonti dei mercanti in una pratica della mercatura.

   Da: J. K. Hyde, Societ e politica nell'Italia medievale, Il
Mulino, Bologna, 1977

 La ramificazione degli itinerari mercantili, che a cavallo del
Trecento si estendevano ormai  non soltanto in ogni parte
d'Europa, ma anche fino alle estreme propaggini dell'Asia,
l'evoluzione delle tecniche commerciali e l'estrema frammentazione
dei sistemi monetari e delle unit di misura necessitavano ormai
di veri e propri manuali ad uso dei mercanti, che potessero
guidarli nei meandri insicuri dell'economia medievale
internazionale. Attraverso l'analisi di uno di essi, quello del
fiorentino Francesco Balduccio Pegolotti, agente dei banchieri
Bardi, lo storico inglese John K. Hyde ripercorre la complessa
realt della mercatura fra i secoli tredicesimo e quattrodicesimo
e la storia dei suoi principali protagonisti, i mercanti
fiorentini.


   Verso il 1340 Francesco Balduccio Pegolotti termin l'opera di
compilazione destinata ad essere conosciuta come La pratica della
mercatura, un manuale pratico di utili informazioni per il
mercante italiano di quel periodo, impegnato in commerci con terre
lontane. Pegolotti aveva in misura eccezionale tutte le qualit
necessarie a trattare un  simile argomento, perch era  stato
impiegato nella grande compagnia dei Bardi [poi fallita nel 1346
con numerose altre compagnie fiorentine] per almeno 30 anni quale
loro rappresentante in Anversa, Londra e Cipro, dove nel 1336
aveva negoziato un accordo con il re di Armenia [in quel tempo un
monarca cristiano, vassallo del papato] per conto della sua
compagnia. Egli poteva perci attingere all'esperienza di
un'intera vita come pure ai documenti della pi importante
compagnia commerciale del tempo, servendosi anche di documenti
ufficiali su questioni riguardanti tributi e dogane. Il Pegolotti
non fu il primo a compilare un manuale di questo genere. In
effetti tutte le pi importanti compagnie possedevano certamente
documentazioni scritte e memoranda per facilitare la condotta dei
loro affari, ma oltre ad essere uno dei primi che sia giunto fino
a noi, il libro del Pegolotti comprendeva una gamma molto estesa
di argomenti, che riguardava perfino materie quali il calendario,
il calcolo sul ricorrere della Pasqua ed istruzioni sul modo di
affinare l'oro e l'argento e provarne la purezza. Era una
insuperabile guida alle molteplici attivit di mercanti impegnati
in attivit a lunga distanza, allorch l'egemonia sui commerci
europei e mediterranei era al suo culmine.
   Il titolo dato dal Pegolotti alla sua opera era La pratica
della mercatura, indicando gi con questo che il contenuto si
divideva in due parti. Nella prima le notizie riguardanti pesi e
misure, le monete ed il loro valore di scambio, i costi di
trasporto e le dogane da pagarsi sui tipi di merci pi comuni,
vengono suddivise sotto il nome dei principali centri del
commercio mondiale, mostrando cos con chiarezza l'estendersi dei
rapporti commerciali fiorentini di quel periodo. Cominciando
dall'Oriente, il Pegolotti inizia la sua trattazione dalle
stazioni commerciali della Crimea e del Mare d'Azov, a cui fanno
seguito Tabriz in Persia, Trebisonda [l'attuale Trabzon sul mar
Nero] e Costantinopoli, due centri turchi dell'Asia  Minore, e poi
l'Armenia, Acri ed Alessandria, Famagosta, Rodi e Candia. Una
delle parti pi interessanti  quella che traccia un itinerario
per raggiungere Pechino da Tana [l'attuale Azov, in Crimea] sul
Mare d'Azov in circa 270 giorni di viaggio a cavallo e su carri, a
dorso di cammello e con barche fluviali. Le vie terrestri
attraverso l'Asia centrale erano state rese praticabili per gli
occidentali dalle conquiste mongole della met del tredicesimo
secolo, e furono percorse, tra i primi, dal francescano Giovanni
da Piano Carpini, inviato al Gran Khan da papa Innocenzo quarto
nel 1245. Pegolotti attesta la veridicit della pace di cui erano
stati apportatori i Mongoli quando annota: questa via da Tana al
Cathay  molto sicura tanto di notte che di giorno ed in realt
noi sappiamo che nella prima met del quattordicesimo secolo
s'incontravano mercanti italiani, missionari ed inviati
diplomatici lungo le principali vie di comunicazione dell'Asia
centrale, della Cina e dell'India. Questi contatti con il lontano
Oriente, di cui diede notizia il famoso libro di Marco Polo,
vennero gradatamente a mancare in seguito al peggioramento delle
condizioni politiche dopo il 1350.
   Pegolotti rivolge poi la sua attenzione al Mediterraneo
centrale, esaminando nei particolari tanto la madrepatria italiana
che le isole. Elemento assai importante ed unico nel suo genere 
un resoconto minuzioso sul costo della coniazione delle monete a
Firenze. Pegolotti completa la prima parte della sua opera
illustrando la vita commerciale di citt come Bruges, Anversa,
Londra, La Rochelle, Siviglia e Marocco. Quanto all'Inghilterra
egli volge soprattutto la sua attenzione alla produzione della
lana, che rappresentava il ramo pi importante delle sue
esportazioni. Ci fornisce i prezzi per le tre qualit di lana,
tanto per quello che riguardava il prodotto collettivo delle
varie regioni come per circa duecento case religiose in
Inghilterra, Galles e Scozia, con la stessa attenzione con cui
oggigiorno i mercanti di vino potrebbero distinguere i vini
sofisticati e quelli genuini. I nomi inglesi che egli riporta nei
suoi elenchi hanno sfidato l'abilit degli editori di testi per la
difficolt di identificare luoghi come Cilesi in Condisgualdo
(Hayles in the Cotswolds) e Rovincestri in costa al Pecche
(Rochester near the Peak).
   La seconda parte della Pratica della mercatura tratta in primo
luogo dei differenti tipi di mercanzia ed  degna d'interesse per
il fatto che illustra l'ampia gamma delle merci che le grandi
ditte italiane che vengono di solito in primo luogo definite come
banche di commercio, erano in grado di offrire. Naturalmente la
maggior parte delle merci proposte sono spezie, tinture e pietre
preziose, tutte di grande valore in proporzione del loro peso;
queste erano state fin dagli inizi le merci principali nei
traffici a lunga distanza, e Pegolotti ne fa una descrizione
particolareggiata, insieme a suggerimenti per determinarne la
qualit poich, come egli dice,  necessario che il mercante sia
capace di riconoscere tutti i generi di mercanzia per evitare di
essere truffato. Egli parla anche di merci di considerevole
volume, come le pelli, la seta, i tessuti in pezza ed i metalli.
V' pure una sezione che riguarda la vendita di grano a signori,
comuni e persone singole, il che comprova come il trasporto di
grano in grandi quantit stava divenendo l'elemento caratteristico
del commercio del Mediterraneo. I governi delle varie citt
italiane si assumevano direttamente la cura di importare granaglie
in periodi di scarsit, e nel trattare questo argomento Pegolotti
consiglia i mercanti di stabilire un solido contratto con una
scadenza precisa, al quale si doveva cercare di tenere fede nel
caso che insorgessero difficolt per un mutamento di regime;
ottimo consiglio questo, considerata l'instabilit politica di
quel periodo.
    Cos si presentava, nella descrizione fattane da Pegolotti, il
mondo dei commerci negli ultimi venticinque anni del tredicesimo
secolo, allorch alcuni mutamenti nell'organizzazione dei commerci
causarono delle importanti modificazioni nel sistema dei traffici.
Fino a quel momento il mercante era stato essenzialmente un uomo
impegnato in viaggi quale accompagnatore delle merci trattate o
precedendole, e durante questo periodo i principali centri di
scambio tra il nord e il sud dell'Europa erano state le fiere
della Champagne, luoghi d'incontro temporanei, ugualmente distanti
dalle citt settentrionali e meridionali. Tuttavia nell'ultima
parte del tredicesimo secolo gli Italiani cominciarono ad avere
basi semipermanenti nei principali centri di commercio del nord,
quali Parigi, Londra e Bruges, dove inevitabilmente essi vennero a
stabilire associazioni, di solito chiamate nazioni, a scopo di
una reciproca protezione e vantaggio. Tra coloro che effettuarono
quelle colonie alcuni erano mercanti indipendenti, ma molti erano
agenti o rappresentanti alle dipendenze delle pi importanti
compagnie commerciali italiane, che ormai trattavano i loro affari
principalmente per corrispondenza. Nello stesso tempo si erano
manifestati mutamenti nella stessa composizione delle varie
compagnie. Agli inizi le societ tra mercanti erano associazioni a
breve termine, tali da durare per il periodo di un unico viaggio o
per la durata di una determinata impresa, oppure si era trattato
di una compartecipazione a vita, ad immagine della propriet
familiare in comune. Ora era divenuta corrente una partecipazione
a termine, nella quale i membri contribuivano al capitale con
quote secondo un sistema associativo che durava per un determinato
numero di anni, dopo di che si procedeva alla distribuzione dei
profitti. I gruppi familiari erano alla base di queste compagnie,
che venivano successivamente rinnovate senza che vi fossero
notevoli mutamenti nella appartenenza dei membri. Gli investimenti
che provenivano dall'esterno venivano chiamati fuori del corpo,
esterni cio al nucleo essenziale della compagnia e ricevevano un
tasso d'interesse fisso. Il numero di coloro che investivano
aument grandemente in quel periodo e si trattava quasi
esclusivamente di italiani. Si dovette procedere ad un
aggiornamento dei procedimenti di conteggio e bench non si
giungesse alla tenuta dei libri contabili secondo il sistema della
partita doppia fino alla met del quattordicesimo secolo, i libri
di conto delle compagnie che ci sono rimasti e che sono
antecedenti a questo periodo, ci si mostrano accurati ed adatti
allo scopo, che era quello di provvedere ad un'equa distribuzione
dei profitti; quando gli affari andavano male, i libri di conto
tendevano a peggiorare, dal momento che veniva a mancare
l'incentivo ad un'esatta valutazione della situazione commerciale
della compagnia.
   Linfa vitale del nuovo sistema era la possibilit e la capacit
di un rapido e libero trasferimento del credito verso uno
qualsiasi dei grandi centri commerciali, elencati da Pegolotti. Le
grandi compagnie avevano sedi  permanenti nei centri maggiori, in
caso contrario si ricorreva all'impiego di agenti. Strumento
principale era il contratto di cambio, attraverso il quale le
somme pagate in una localit in una data moneta venivano poi
restituite altrove in una moneta diversa. In tal modo si eludeva
il divieto dell'usura, che impediva l'interesse su un semplice
prestito, mentre veniva ad essere incoraggiata la speculazione sui
tassi di cambio. Che ci si rendesse ben conto dell'importanza di
questi fattori  comprovato da una lettera inviata dalla fiera di
Troyes ai compartecipi della banca Tolomei in Siena  nel novembre
1265, alla vigilia della conquista dell'Italia meridionale da
parte di Carlo d'Angi:
.
   Il signor cardinale Simon  (Simon de Brie, pi tardi papa
Martino quarto) sta cercando con ogni mezzo di avere i tributi
raccolti, che devono essere pagati per l'impresa di re Carlo. E
credo che essi saranno in grado di raccogliere una grossa somma
prima della Candelora [festa della purificazione di Maria Vergine,
corrispondente al 2 febbraio] e che il re vender molto di quel
denaro alfine di avere denaro a Roma e in Lombardia. E sembra che
se questo avverr i denari di Provins [centro della Champagne,
teatro di una fiera] dovrebbero cadere di prezzo. D'altro canto
credo che persone di questo paese che si stanno preparando ad
aiutare il re siano ora in Lombardia, ed essi hanno con s enormi
somme di denaro e lettere di cambio. E credo che essi ne
spenderanno l una gran parte, cosicch i denari di Tours e le
lettere di cambio dovrebbero rappresentare l un grosso affare...
e se trovate modo di trarre profitto da ci, vi esorto a farlo
immediatamente.

   Questi uomini consideravano chiaramente il denaro come un bene
di consumo ed erano esperti nel mestiere di saperlo adoperare. Il
trasporto delle merci era un affare meno complicato, spesso
affidato a trasportatori specializzati. L'unica innovazione
importante in  questo campo fu l'apertura di comunicazioni dirette
tra il Mediterraneo e Southampton e Sluys, che era il porto di
Bruges, da parte dei Genovesi nel 1274, seguiti dai Veneziani nel
1314. Le fiere della Champagne persero d'importanza come luoghi di
smercio dei prodotti, mentre la conservarono quali centri dove si
potevano fare operazioni bancarie e transazioni creditizie tra
nord e sud.
   Agli inizi del quattordicesimo secolo una tecnica commerciale
pi progredita aveva dato agli Italiani la possibilit di dominare
il commercio europeo ad un grado tale al quale non si era mai
giunti prima di allora, n mai si sarebbe pi giunti in seguito.
Questi commerci erano assai vivi nella Germania meridionale, nella
regione del Reno, in Ungheria (dove dal 1398 regnavano i
discendenti di Carlo d'Angi), nella Boemia, dove esistevano
ricche miniere d'argento, e si spingevano fino al Baltico. Ma il
loro principale campo di attivit rimaneva il Mediterraneo con gli
sbocchi verso l'Asia e l'Africa, ed il grande asse commerciale
diretto verso nord-ovest in direzione di Parigi, Bruges e Londra.
In ognuno di questi luoghi c'erano molti individui e piccole
compagnie impegnati non soltanto nei commerci ed in operazioni di
banca, ma anche nel prestito su pegno, nel cambio delle valute e
nell'amministrazione delle zecche. Come appare dal libro di
Pegolotti, questo era anche campo d'azione delle grandi compagnie
soprattutto toscane, che avevano assunto grandi proporzioni e
un'organizzazione estremamente complessa, se le consideriamo
secondo il modello medievale. Per esempio la compagnia dei Peruzzi
[fallita, come i Bardi, nel 1346] venne successivamente
riorganizzata per sei volte tra il 1300 e il 1331, con una
percentuale di partecipanti che andava dai quattordici ai ventun
membri, di cui un certo numero, che variava dai cinque agli otto,
appartenevano alla famiglia Peruzzi, che possedette la maggior
parte del capitale fino al 1331. Il capitale raggiunse il livello
massimo di L. 149.000 per un fiorino [si parla di un fiorino d'oro
del peso di grammi 3,54; per fare un fiorino occorrevano tre lire]
nella compagnia formata nel 1310, equivalente a pi di 600 libbre
d'oro, mentre i profitti registrati variavano dal 14 al 20 per
cento per anno. Nei giorni del suo massimo splendore la compagnia
dei Peruzzi impiegava circa novanta agenti ed aveva ad un dipresso
quindici succursali fuori di Firenze, a Londra, Parigi, Bruges,
nei porti italiani e nelle isole del Mediterraneo centrale fino a
Tunisi, Cipro e Rodi. I dati riguardanti la compagnia da cui
dipendeva il Pegolotti, i Bardi, non sono cos completi, ma sembra
raggiungessero dei livelli anche maggiori. Per il numero degli
agenti impiegati e per le succursali istituite, tanto i Bardi che
i Peruzzi raggiungevano, presi singolarmente, almeno il doppio
della massima espansione raggiunta dalla banca dei Medici nel
momento della maggior floridezza, cio nel quindicesimo secolo,
mentre la loro attivit commerciale raggiungeva aree anche pi
estese. Non  poi sicuro che i Medici avessero mai disposto di un
capitale pari a quello della compagnia dei Peruzzi nel 1310; fu
soltanto nel sedicesimo secolo che esso venne superato da quello
dei Fugger di Asburgo. Sotto ogni aspetto le grandi compagnie
fiorentine anticiparono di molto il loro tempo; se l'unione di
un'attivit di tipo bancario con un'attivit commerciale non
specializzata sembra essere stata sin dagli inizi una
caratteristica delle compagnie fiorentine, si deve ricordare che
questa rimase una nota comune alle compagnie europee fino al
diciottesimo secolo.
   Per quanto concerne gli affari delle compagnie un aspetto che
il Pegolotti non ha preso in esame sono i prestiti estranei al
commercio. In aree molto estese dell'Europa settentrionale i
prestatori di denaro e i prestatori su pegno italiani, conosciuti
come Lombardi, erano personaggi familiari. Anche le grandi
compagnie facevano prestiti per venire incontro alle necessit dei
loro clienti, che erano per lo pi prelati nobili, e soprattutto
re alla disperata ricerca di capitali liquidi per molti scopi, ma
soprattutto per fare la guerra. Anche se i rischi erano assai
grandi, gli investimenti in imprese militari coronate da successo
potevano portare profitti molto alti, come aveva dimostrato la
spedizione di Carlo d'Angi del 1265-66, cosicch i re ed i grandi
principi tenevano nella massima considerazione i banchieri. Si
sapeva bene in che misura Filippo il Bello di Francia dipendesse
dai Franzesi di Firenze [famiglia fiorentina di banchieri e
mercanti originaria della Francia]; e Musciatto Franzesi
accompagn il fratello del re, Carlo di Valois, nel suo viaggio in
Italia nel 1301, senza dubbio nella speranza di ripetere i trionfi
del suo famoso omonimo. Per quanto concerne l'Inghilterra i
banchieri italiani che ebbero rapporti con la corona risalgono
fino ad Edoardo primo, che ne aveva forse apprezzato l'utilit
durante una crociata. Il re inglese stimava anche i servigi delle
compagnie lucchesi e pistoiesi come di quelle fiorentine, ma il
primo posto tra i suoi banchieri era tenuto dai Frescobaldi
Bianchi di Firenze, che tra il 1290 ed il 1310 fecero prestiti
alla corona per non meno di 122.000 lire sterline, all'incirca un
valore di 732.000 fiorini d'oro. Essi furono nominati esattori
delle imposte inglesi nel 1304, e nel 1309 Edoardo secondo diede
loro in concessione le dogane della lana dell'Irlanda e della
Scozia. Per questi stretti rapporti con il re e con le sue
impopolari favorite essi si inimicarono i Lords Ordainers nel
1311, e rovinarono la loro posizione. Il loro posto fu preso dai
Bardi, che erano stati i finanziatori dell'esportazione delle lane
inglesi fino dal 1277; essi divennero i mercanti del re nel 1313,
e quattro anni dopo, insieme ai Peruzzi, furono nominati agenti
papali per l'Inghilterra. Sia l'una che l'altra compagnia
mostrarono grande abilit nel superare i difficili tempi della
deposizione di Edoardo secondo, trasferendo tempestivamente i
propri servigi al successore Edoardo terzo. La sete di gloria
militare del nuovo re, senza nessuna considerazione di quanto ci
potesse costargli, era un cattivo presagio per il futuro, ma gli
Italiani non potevano non soddisfare le sue richieste. In patria
essi potevano avere posizione elevata ed essere onorati, ma
all'estero erano degli stranieri, sui quali cadevano facilmente
dei sospetti senza che i loro governi potessero fare granch per
proteggerli. Non godevano di molta popolarit ed erano ritenuti
degli inferiori da molti dei loro clienti, che li consideravano
come nuovi venuti macchiati dalla colpa dell'usura; essi potevano
prosperare soltanto sotto la protezione di grandi e potenti
signori.
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